Feeds:
Articoli
Commenti

11 11 11 in Polaroid

11/11/11 11:11

Ecco: alle 11:11 dell’11/11/11, non undici bensì otto fra soci e collaboratori della Timesis celebrano il momento numericamente significativo.

In precedenza, erano stati fatti altri esperimenti. La serie completa su può vedere qui.

 

 

 

Perché, senza offesa, secondo me non è poi così famoso Jaume Cabrè e uno vede un libro di 617 pagine e dice seeeeee e quando ce l’ho il tempo. E poi come si pronuncia il nome di questo che s’è messo lì a scrivere un romanzo storico sul dopo guerra ambientato in fondo ai Pirenei in Spagna? Eppure lui la storia della guerra di Spagna la sa tutta, il primo e il dopo, fino a quando Franco non schianta e la gente del paese di Torena e del Paese Spagna non è che sappia proprio bene in che direzione andare.

Perché nel libro siamo nel 2001, ma anche nel 1944, contemporaneamente. E i personaggi, ognuno nel loro momento storico preciso, non si sbagliano mai. E tu lettore non ti chiedi mai in che tempo siamo, perché Jaume fa dei salti nello stesso periodo che manco te ne accorgi e non ti confondi.

Perché ha dei titoli dei capitoli come “nomi per terra”, “stelle come spine”, “La memoria delle pietre”, per niente gratuiti e ruffiani.

Perché c’è Tina che deve fare una mostra e ritrova, dopo 60 anni, le lettere di Oriol Fontelles, il vecchio maestro della scuola di Torena. Oriol che aveva nascosto nel muro la sua vera storia, quella di una vita divisa tra l’essere falangista e punta di diamante dei maquis. Una vita di un maestro odiato da molti e amato profondamente da pochissimi. Uno che la figlia non l’ha mai conosciuta, ma la storia gliel’ha scritta tutta, porca miseria. Uno che deve vivere in un intimo nascosto, nascostissimo. E qui intimo è davvero il superlativo di interno.

Perché c’è Elisenda Vilabrù, una lady Macbeth molto lady che sapeva che “tanto la guerra scompiglia ogni cosa, anche i sogni” e così vive la vita che non vuole vivere, pur di rendere giustizia, ma una giustizia tutta sua, fatta di dolore e morte.

Perché c’è Serallac che fa le lapidi e scrive le ultime parole delle persone.

Perché la storia non lo capisci se se l’è inventata o no, Jaume e certo non ve lo dico io qui.

Perché, ad un certo punto Jaume scrive “…no, non c’era riuscito perché è difficile uccidere quando si ha la coscienza attorcigliata alle dita” che è un’immagine potente.

E’ veramente difficile addormentarsi dopo aver visto Albero senza ombra. Eppure “dentro” continua quel silenzio che raramente si crea a fine spettacolo, quando le luci sono ormai basse ed è chiaro che non ci sarà né un’altra battuta, né un bis .

E’ così che finisce l’ultimo spettacolo di César Brie, con un silenzio intenso e in attesa che qualcuno prenda coraggio e cominci a battere le mani.
In Albero senza ombra César Brie racconta dell’11 settembre 2008 “quando nel Pando, regione della giungla boliviana, si è consumato un massacro di contadini: 11 morti, centinaia i feriti da armi da fuoco e decine le persone scomparse. Persone alle quali nessuno, finora, ha restituito un nome, un volto, una storia”. Non è un reportage e non è soltanto una storia raccontata bene. Stavolta è proprio una restituzione di un pezzo di vita propria (espliciti i riferimenti autobiografici dell’attore) e di altri (il massacro dei campesinos boliviani). La potenza del racconto sta nel modo in cui Brie porta il pubblico dentro al racconto stesso, fino quasi a soffocarlo e bagnarlo e spararlo e….e alla fine non puoi far altro che stare zitto e pensare che, finalmente, da teatro sei uscito diverso da come sei entrato. Un buon motivo per continuare a farlo vivere questo teatro, no? Perché c’è ancora qualcuno che riesce a offrirti, per citare Salvatore Natoli, “una delle tante possibilità della realtà”.

Albero senza ombra
di e con César Brie
musiche Pablo Brie, Manuel Estrada
scene e costumi Giancarlo Gentilucci, César Brie
produzione Fondazione Pontedera Teatro

Lo spettacolo è stato rappresentato in occasione del Festival Teatro Era, Fondazione Pontedera Teatro, qui il Programma.

"Il Mago Darus"Dopo 10 anni di assenza dalle scene pisane, lo scorso mercoledì 19 maggio al Circolo ARCI Caracol di Pisa ritorna il Mago Darus (nella vita Dario Russo).

Noi che lo abbiamo seguito e sostenuto durante le serate al Leningrad cafè di fine anni ’90 (quello gestito da Vittorio e Matteo, per intenderci), noi che lo abbiamo visto bruciare per sbaglio in un’esibizione le prime 50 mila lire guadagnate al Circolo La Rossa, noi che sapevamo tutti i suoi numeri a memoria e sgamavamo qualche trucco, noi che aspettavamo che gli scappasse da ridere e a volte succedeva. Noi, dopo 10 anni lo ritroviamo in splendida forma! Come se il tempo non fosse passato né per lui né per i suoi numeri piacevolmente imperfetti…Si, perché il Mago Darus ha continuato a lavorare sulla sua magia, ipnosi e lettura del pensiero di un pubblico che qui a Pisa lo ha ri-accolto come amico e ha giocato con lui a pensare a un numero, guardare una carta e pescare una pallina che ha restituito tal quali in un’improvvisazione di parole a volte sconnessa. Viene da dire che il Mago Darus trovi la sua “chiave” proprio in quel modo buffo e a volte fuori tempo di rendere un concetto improvvisandolo hic et nunc, così da distrarre lo spettaore dal trucco e lasciare che si ponga ancora una volta la domanda: “ma come avrà fatto?”

Qui alcune foto della serata.

Per approfondimenti www.darus.it

La Basilicata esiste!

La mappa dello stivale italiano con un buco tra la Puglia e la Calabria: “La Basilicata esiste!”

E’ la voce inconfondibile di Rocco Papaleo a dare il via al film Basilicata coast to coast, di cui è regista e attore protagonista. Sempre fedele alla sua Lucania, Papaleo ha la (personale) geniale idea di fare in 10 giorni quello che avrebbe potuto fare in 1 ora e mezzo di macchina e cioè: Maratea-Scanzano Ionico, a piedi e per partecipare al festival di musica “Scanzonissima”, per l’appunto.

Il viaggio promette bene a noi pubblico, siamo pronti a partire con loro e attraversare quella zona italiana abbastanza ignorata. Siamo pronti a raggiungere Lauria, Lagonegro e Aliano, paese che ha a lungo ospitato Carlo Levi che, già ai tempi di Cristo si è fermato a Eboli, rivendicava una dimenticanza: un mezzo di trasporto per raggiungere casa sua.
Grandiosa la bella e naturale Claudia Potenza che si incastra nello spirito del viaggio e fugge per un giorno dal suo quotidiano o meglio da suo padre, dal suo futuro marito e, con fatica, da un fratello “brigante”.

Claudia Potenza

Apprezzato Alessandro Gassman, che non ha avuto bisogno di caricare le sue espressioni facciali e vocali con il solito pathos; mentre la Mezzogiorno proprio non ce la fa a staccarsi dalla sua formazione teatrale (di altissimo livello oltretutto, per lungo tempo ha lavorato con Peter Brook!) e risulta gratuitamente impostata. Max Gazzé fa il suo lavoro, viaggia senza staccarsi dal suo contrabbasso e non parla e quando parla, sbaglia: meraviglioso!

Arriviamo insieme a “scanzonissima”, in ritardo e con qualche “peccato” però. Peccato perché avrebbero potuto osare di più i nostri avventurieri, con gli incontri, con le storie e gli imprevisti (Gassman abbandona il gruppo, ma non sembra succedere nulla né a lui né al gruppo) e soprattutto con la musica. Nulla di così grave in fondo, il film mantiene una leggerezza che fa piacere e in piazza ci siamo arrivati e, seppur vuota, la piazza ha ospitato la canzone più bella.

E poi ben venga tanta pubblicità ad una Regione bellissima, perché:
“la Basilicata esiste, è come la Puglia e la Calabria, però non c’è la mafia!”

Cippi per me

foto di Michele Lischi

Stanotte ci ha lasciato il Cippi.
Non è il tempo, ma il kilometraggio, diceva qualcuno…ecco.

Il Cippi abitava a pochi metri da casa mia.

Per me che abito a Marina dal 2007 Cippi era il Marinese; più di quelli che vantano di non essersi mai bagnati in altro mare. Anche se il Cippi io in mare non ce l’ho mai visto. Eppure il Cippi è stato capo della marina mercantile svizzera, e di mari ne ha attraversati. Il Cippi mi passava sotto la finestra e bussava al vetro. Mi affacciavo “ciao bella”, “come stai Cippi?” “vado a prendere un poncino”, oppure mi rispondeva con l’ultima scritta sui muri che aveva visto e fotografato (“muri bianchi popolo” atti I,II,III,IV) o con una barzelletta o con un’altra domanda o semplicemente si accendeva un’altra sigaretta. Dicono che il Cippi andasse in giro scalzo per Marina negli anni 70-80, avrei voluto vederlo.

Io i kilometri del Cippi li conosco poco, ma so che ne ha fatti in giro per il mondo. Quello che so è che ha visto alcuni dei posti in cui sarei voluta andare e soprattutto negli anni giusti. Il Cippi ha conosciuto Joan Baez e Bob Dylan e ha visto il Giappone. Tra tutte le lingue che sapeva, c’era anche il mandarino di un poeta del vino del ‘200. Una sua traduzione da I Ching è finita nella prima pagina della mia tesi di Laurea sul gioco del gorilla…

E poi…era un grande fotografo (http://www.cippip.com/).

Per me può bastare.